Il quartiere Satellite: la periferia silente.

Milano est, Pioltello, quartiere Satellite.

Alle 6:30 del mattino circa, i primi autobus 965 e z402, di fatto i più utilizzati, iniziano a transitare per le vie del quartiere. Il suono dei motori, assieme a quello delle prime saracinesche che aprono i mini market e le panetterie, fungono da sveglia al vicinato che, ancora sonnolente, prepara la sua prima interfaccia con la giornata a venire. Durante l’inverno il suono precede la luce che, qualche balzo di lancetta in avanti, filtra tra i grandi palazzi. 8 piani ciascuno, tre appartamenti per piano: circa ventiquattro realtà che compongono le viscere di un edificio.

Di fatto, gli edifici sono molti, razionalisti e vicini: essi sono il residuo degli idealtipici quartieri operai che durante gli anni 60 del secolo scorso vennero costruiti per ospitare gli operai emigrati dall’Italia meridionale, alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Foto scattata da Fabio Gjoka ®

Ora però, i meridionali cedono il posto alle migliaia di extracomunitari che, per scelta o per necessità, si stabiliscono nel cuore della periferia trasformandosi così in un focolaio di etnie, religioni, lingue, sapori, odori e suoni estremamente distanti tra loro. Ciò nondimeno, questo è anche ragione di conflitti.

Alle 11 il quartiere è in piena attività: esso lavora lontano, nel capoluogo lombardo ove l’alienante routine del canto capitalistico assopisce le menti. Padri, madri e giovani salgono su un bus, su un treno o più tradizionalmente su una bici per giungere alla meta. Tuttavia, il quartiere lavora anche al suo interno come un enorme ingranaggio cui pezzi non sono consapevoli di lavorare in sinergia. Così, il panettiere in Via Mozart sforna regolarmente il pane, rifornisce gli approvvigionamenti di farina e sistema la mercanzia all’interno del negozio. Ugualmente, le miriadi di mini market e fruttivendoli nascosti sotto i portici dei palazzi sono attraversati da un irregolare via vai di negozianti, clienti, pensionati e garzoni. Nei bar si sente il retrogusto della disoccupazione, della pensione e della staticità generazionale. All’interno delle numerose vie, che si ripetono secondo patterns di parallelismo e perpendicolarità si incrociano volti, occhi differenti: percezioni differenti della realtà, tanto quella locale quanto quella globale. Il sottofondo sonoro costituito dal vocio delle genti ora raggiunge picchi, ora cala, ma soggiace perennemente alla routine mondana.

Foto scattata da Fabio Gjoka ®

È mezzogiorno: ora di pranzo. Liceali rincasano dopo una mattinata spesa (spesso noiosa) all’interno delle mura di scuola. Per alcuni, il pranzo è un momento di rottura della routine quotidiana per altri invece, non è altro che un frammento insignificante del procedere meccanicistico dei giorni. Molti di loro, assaporano il cibo delle madri: forse un arroz con huevos per i latinoamericani, forse un tajine o un couscous per i magrebini, forse riso e pollo piccante con chapati per i pakistani o forse, più semplicemente un piatto di pasta. Già, perché l’intreccio di aromi di terre lontane si interseca con le istanze culturali italiane: o meglio, la pasta piace a tutti.

Molti altri invece, decidono di recarsi ai fast food non già per il cibo, ma per il diletto di passare del tempo in compagnia. Anche i negozianti pranzano: chi in dimora, chi invece raccolto attorno ad un piatto di riso poggiato sul frigo all’interno del negozio. Gli aromi si trasformano così nel primo portale verso le etnie costitutive di questo quartiere: un multicultural hub costituito da circa più di 95 nazionalità differenti.

Si tratta di un vero e proprio melting pot a fondamento della ricchezza e al tempo stesso delle conflittualità del Satellite. Sebbene i tentativi delle istituzioni pubbliche (tra cui la giunta interculturale comunale) e delle miriadi di associazioni culturali ramificate nel territorio locale siano attivamente coinvolte ai fini dell’integrazione e dell’inclusione, il sistema sociale rimane comunque frammentario e spesso lacunoso dal punto di vista dell’integrazione comunitaria. Dunque, l’intreccio tra variabili culturali e disagio economico – sociale della popolazione funge spesso da catalizzatore dei conflitti. Il lavoro delle istituzioni dunque, è molto lento e mette in discussione i modelli di integrazione utilizzati sino ad oggi. Ulteriormente, a livello nazionale, Pioltello si aggrega all’enorme corollario di prove contro l’efficacia del welfare state italiano. Ciononostante, è necessario segnalare che la separazione etnica e il sentimento di isolamento sono molto più radicati nelle prime generazioni di immigrati: di fatto, i giovani figli appartenenti alla cosiddetta seconda generazione, pur risentendo delle pessime politiche economiche, risultano essere decisamente più integrati all’interno del tessuto sociale. I giovani riescono ad effettuare una cross cultural communication grazie all’abbattimento di molteplici barriere (tra cui, la barriera linguistica)e non senza difficoltà, a crescere all’interno di un assetto sociale di tipo multietnico. Ricchezza e conflittualità sono dunque due fondamentali paradigmi del vivere comunitario.

Il pomeriggio, all’interno del quartiere Satellite, è un perpetuo scroscio di gente: un continuo moto irregolare. All’interno di questo moto si distinguono due categorie di persone: da un lato, gli innumerevoli disoccupati e pensionati che popolano i bar del quartiere, sopraffatti dalla mondana nullafacenza. Dall’altro, il flusso interminabile di giovani, giovanissimi e adulti che circolano per le vie del caseggiato assorti nelle attività quotidiane. Tuttavia, il quartiere non è soltanto un noioso divenire meccanicistico ma è anche vivacità: gli schiamazzi dei più piccoli di ritorno da scuola e le amenità dei teenagers che si ritrovano in compagnia rompono il monotono brusio quotidiano e contribuiscono a rinvigorire lo spirito di questo luogo.

Foto scattata da Fabio Gjoka ®

Ecco come, il Satellite, riesce anche a trasformarsi in un luogo di socializzazione cioè, una piattaforma di contatto umano. Di fatto, la cosiddetta compagnia o più semplicemente il gruppo abituale di coetanei che si è soliti frequentare, diviene un portale di socializzazione fondamentale che non soltanto denota il legame a quello specifico gruppo di persone, ma demarca anche un’appartenenza geografica alla realtà locale. Il solito luogo di ritrovo assume, in questa maniera, un forte valore simbolico: una panchina o una piazza si trasformano in simboli socialmente rilevanti.

Il pomeriggio sfuma, si fa sera.

Sono le 21:00. L’anima del quartiere non svanisce facilmente anzi, spesso d’estate l’animosità aumenta. D’inverno invece, le vie cedono al silenzio. Lo stridio delle bici di chi deve iniziare il turno notturno nelle fabbriche adiacenti riecheggia nel rione: vi si intreccia soltanto il calpestio frettoloso di chi, dopo una giornata di lavoro, desidera soltanto farsi abbracciare dal caldo di casa. Ma da lontano, forse qualche centinaio di metri, gli alti palazzi sono tutt’altro che spenti: le innumerevoli luci dei modesti appartamenti fanno del satellite un enorme alveare luminoso, come un prato seminato di lucciole. Il buio è frammentato dalla presenza di vita che si estrinseca attraverso la luce. Se si acuisce l’udito, si può sentire il suono di padelle, pentole e forchette che raschiano il fondo dei piatti. È un suono sotteso. Un suono che presto si sottomette all’impeto del buio e della notte. L’ora timido brusio sfuma nel silenzio notturno: ora il Satellite dorme. 

Sono le 24 circa e all’interno della mia stanza si scandisce il battito delle dita sulla tastiera, mentre una piccola lampada illumina la scrivania.

È tardi, sono stanco ma il silenzio è compagno della riflessione. Ugualmente, esso mi avvolge ed anche io, lentamente, mi addormento.

Foto scattata da Fabio Gjoka ®

Come e perché?

L’articolo ha l’obiettivo di dipingere la quotidianità del contesto sociale del quartiere Satellite. Ciò avviene soltanto rinnegando il format mediatico mainstream che tende a fornire una rappresentazione negativa filtrata dal pregiudizio e dalle immagini socialmente condivise della periferia milanese. In particolare, si è deciso di soffermarsi sulla definizione di normalità. La normalità, in questo caso, coincide con la quotidianità delle innumerevoli esistenze. Essa non appare sui giornali né suscita scalpore: la normalità è tremendamente noiosa e non giova al mercato dei corporate media. Eppure, in questo contesto, è necessario esaltare la normalità fronte alle tendenze che stigmatizzano l’extra-ordinario, i beceri populismi e i bigotti nazionalismi che contribuiscono alla ricostruzione di un’immagine distorta della realtà. Per questa ragione, l’articolo assume la semplice struttura di una giornata qualunque e attraverso di essa tenta di esplicare le dinamiche sociali più ricorrenti e meno visibili.

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